RUBRICHE STILI DI VITA|1 marzo 2012 09:10

Se il mare fa la differenza

A cura  di Nino Dolfo

Era fi glio di una ricca famiglia, erede di una ingente fortuna, ma volle vivere solo del proprio lavoro.

Maestro elementare in borghi alpini sperduti, giardiniere di un monastero, architetto, fi nchè gli amici di Cambridge (Bertrand Russell e Maynard Keynes) non lo convinsero a tornare alla filosofia. Che personaggio straordinario doveva essere Ludwig Wittgenstein.

I suoi pensieri brevi sono folgoranti di verità come certa letteratura minimalista che lavora sulla perfezione del dettaglio (de-taglio come tagliare via), abile nel mettere in evidenza ciò che non è veramente rilevante per poi lasciare emergere gradualmente le cose importanti.           A Wittgenstein piaceva andare al cinema quand’era a Cambridge.

Era un appassionato di B-movie. “Un ingenuo e stupido fi lm americano – ha scritto – può insegnare qualcosa nonostante tutta la scempiaggine e per mezzo di essa. Un film inglese imbecille e scaltrito non può insegnare niente. Ho tratto spesso un insegnamento da un fi lm americano stupido.” Vero.

La caratura intellettuale di Wittgenstein legittima la trasgressione, perfi no l’impudenza. La stessa cosa detta da un uomo qualunque potrebbe essere usata come prova a carico dell’insania del mittente. Il grande fi losofo era capace di illuminazioni che avevano il dono della semplicità, sapeva vedere la profondità anche nel Banal Grande.

“Vi sono osservazioni che seminano e osservazioni che mietono”, un altro suo pensiero profondo che possiede la sintesi di un haiku.

Ma perché Wittgenstein? Perché, rileggendo qualche sua pagina, mi sono imbattuto in una frase che esprime e moltiplica la misteriosa bellezza del mare, sia come spazio fi sico che come metafora della vita. “Sono andato per tracciare i contorni di un isola e invece ho scoperto i confi ni dell’oceano.” Bellissima. Abbarbicati come ostriche allo scoglietto, all’atollo, ci dimentichiamo dell’immensità che ci circonda.

Il sornione Herman Melville nel suo Moby Dick esortava a non abbandonare la terra ferma per avventurarsi in mare aperto. L’altura è fonte di pericolo. Già, se non che Melville fu lui stesso un viaggiatore ineausto, sul mare. Ma torniamo al passo di Wittgenstein che ci esorta a scoprire l’altrove, a rompere la clausura immunitaria del nostro orizzonte culturale per scoprire la diversità.

Che cosa oggi ci blocca, ci rende razionali, invece che ragionevoli? Possibile che il motore che muove l’umanità è solo legato all’economia, alla politica nella sua accezione peggiore? Il mare è liquido amniotico, viavai di rotte, venti e correnti. Il Mediterraneo è mare di contaminazioni, crocevia liquido di conoscenza e di avventura.

Sul Mediterraneo si sono affacciate le grandi civiltà del passato, creando un sistema di scambio e crescita reciproca (Braudel), il Mediterraneo è stato cantato dai poeti (Omero in primis), dipinto dai pittori. Non penso tanto agli impressionisti, ma a quello splendido quadro di Gustave Courbet in cui un uomo sul basso, presumibilmente lo stesso autore, saluta la distesa acquorea togliendosi il cappello. Chapeau!

Penso alle linee del mare di Piero Guccione, penso ad un pittore ai più sconosciuto, il maremmano Bruno Caponi con le sue lune sospese sul blu profondo in un silenzio preistorico, con il suoi mattini lividi nella laguna di Orbetello. Il mare è paesaggio, ma anche autobiografi a, una biblioteca borgesiana di romanzi scritti e ancora da scrivere. Un magazzino per l’immaginario. Destini, sogni, miti, profumi, navigazioni e naufragi, belle ragazze sulle spiagge e sui moli e vedove avvolte nel nero, mirti, palme e ulivi. Il Mediterraneo è un verboso catalogo di verità e luoghi comuni.

“La retorica mediterranea è servita alla democrazia e alla demagogia, alla libertà e alla tirannide”, scrive Predrag Matvejevic in “Breviario mediterraneo”, saggio preziosissimo che racconta tutto ma proprio tutto, dalle migrazioni delle anguille ai nodi marinari, senza dimenticare la storia con la maiuscola. E fanno parte della storia anche le guerre, le razzie, i traffi ci di schiavi, gli scontri ideologici e religiosi. Ce lo ricorda Massimo Carlotto nel suo “Cristiani di Allah”, romanzo che ha ispirato anche una pièce teatrale. Una documentatissima vicenda di mare e di costa, che racconta una “storia negata” di cristiani e musulmani che si incrociano tra confl itti e traffici.

Lo scenario è quello dell’Algeri cosmopolita del 1542, quando Lucia De Jani, famosa cantante veneziana, venne catturata con i suoi due musicisti – Miali il sardo e Missak l’armeno – dal corsaro Redouane Rais, un europeo cristiano, uno dei tanti, che abbracciò l’Islam come scelta di libertà o più semplicemente per poter saccheggiare navi e depredare le coste del Mediterraneo sotto la protezione della Sublime Porta. All’epoca Algeri, sotto il dominio turco, pullulava di cristiani di Allah, ovvero di quei nativi cristiani, per di più albanesi, italiani, spagnoli, maltesi, tedeschi, che per varie ragioni abbandonavano la croce per la mezzaluna. Alcuni erano costretti a rinnegare la loro fede per sopravvivenza, altri per libera scelta, perché sfuggivano alla fame o alla peste dell’Europa.

Ad Algeri peraltro la tolleranza religiosa era osservata, apparteneva ai diritti fondamentali della persona. Redouane Rais era un fi glio di pescatore divenuto mercenario, albanese di 31 anni, rinnegato volontario e corsaro, innamorato del tedesco Othmane. I due si erano convertiti a Maometto e si erano fatti circoincidere per vivere liberamente la loro omosessualità. La stessa città di Algeri era governata dal beylerbey Hassan Agha, pastorello sardo castrato di 54 anni scelto per la reggenza dal Barbarossa Kheir ed-Dine.

La cantante Lucia de Jani riuscì a tornare a casa, dopo inenarrabili violenze e traversie, e la sua sete di vendetta si placò trent’anni dopo con la vittoria della fl otta cristiana a Lepanto. Detto tra noi, l’ammiraglio ottomano Dey Ulug Alì in realtà era un ex cristiano di origine calabrese, tale Luca Giovanni Dionigi Galeni.

Va ricordato che molti cristiani di Allah tornavano poi a casa, quando era l’ora di morire. Una bella storia di fughe, tradimenti, agguati, e incroci razziali, a dimostrazione che, di qui e di là del mare, ci sono due culture, ma una sola civiltà. Il mare divide ed unisce. Non è “nostrum” né deve diventare “monstrum” (discariche e impoverimento biologico).

Il mare “è la voce del mio cuore”, cantava anni fa Sergio Bruni. E così sia.